La storia di Pietro – Esdebitazione dell’incapiente

La storia di Pietro – Esdebitazione dell’incapiente

Il debitore dichiarava di essere debitore esclusivamente nei confronti dell’Erario, ma sicuramente ampiamente sovradimensionato rispetto alle proprie capacità economico-patrimoniali
I debiti di cui al punto precedente hanno avuto origine nella mancanza di liquidità conseguita ad una serie di vicende sfavorevoli, tutte derivanti da fattori esterni e non imputabili alla propria volontà, che hanno compromesso lo svolgimento della sua attività lavorativa fino alla definitiva cessazione.


Da giovane, infatti, il debitore aveva seguito il patrigno, nell’attività di gestione di una concessionaria auto da quest’ultimo esercitata. Per diversi anni l’attività aveva prodotto ottimi risultati economici, consentendo l’occupazione di circa venti dipendenti ed il regolare pagamento di tutti i creditori aziendali. La redditività aziendale veniva, però, improvvisamente compromessa da due fattori:
1) dalla decisione del patrigno di abbandonare l’esercizio dell’attività di commercio di auto, ritirando la liquidità conferita e lasciando la gestione della concessionaria al debitore mediante contratto di affitto d’azienda. Questa scelta comportava, quindi, per il ricorrente l’obbligo, per poter continuare a svolgere la propria attività lavorativa, di diventare affittuario d’azienda e di corrispondere trimestralmente un gravoso canone d’affitto.

Tutto ciò produceva, come evidente, un’erosione degli utili aziendali ed una contrazione della liquidità disponibile a causa dei fitti passivi e degli interessi passivi da corrispondere a fronte di un maggior ricorso al capitale di terzi ;
2) dall’attuazione da parte della concessionaria madre di una serie di comportamenti scorretti nei confronti della concessionaria del debitore. La concessionaria era stata, infatti, indotta ad accollarsi il ritiro delle vetture originariamente destinate ad un’altra concessionaria in fase di chiusura presente in zona nonché ad effettuare nuovi investimenti nella struttura, con la garanzia che la concessionaria del debitore sarebbe poi rimasta l’unica concessionaria nella città.

Il cliente veniva, invece, solo successivamente a scoprire che la concessionaria madre aveva non solo già accordato ad un’altra società la concessione per un nuovo autosalone nella città, ma addirittura aveva tenuto comportamenti di favore volti a stimolare il rilancio della concessionaria concorrente che era stato detto essere in fase di chiusura.
La concessionaria del debitore veniva, quindi, rapidamente a trovarsi con una struttura aziendale gravata da costi fino a quel momento mai sostenuti (canoni d’affitto d’azienda, interessi passivi su prestiti, costi per investimenti nella struttura, costi per acquisto beni merce) e con un parco macchine sovradimensionato, a fronte di una contrazione delle vendite causata dalla concorrenza creata dalle politiche della casa madre nell’ambito territoriale.


In questa fase di crisi aziendale, il ricorrente non disponeva della liquidità necessaria per adempiere agli obblighi fiscali. Da questa circostanza traeva origine la debitoria oggetto della presente procedura.
Inoltre, in questa situazione nella quale la continuità aziendale appariva già potenzialmente compromessa, interveniva un terzo e fatale fattore negativo esterno: la concessionaria subiva una serie di atti dolosi da parte della criminalità locale, tra cui l’incendio di tutte le auto nuove destinate alla vendita (44 unità) e di alcune auto d’epoca in fase di restauro, presenti nel parco esposizione all’aperto ed il furto delle auto di maggior valore, custodite all’interno del salone chiuso della concessionaria. Il cliente si rivolgeva alla casa madre per chiedere un aiuto, non di tipo economico bensì “logistico- organizzativo”, chiedendo la concessione di vendita in altra Regione italiana, lontano dalle aree di influenza della criminalità foggiana. La richiesta di aiuto veniva respinta.

Egli ricorreva, a questo punto, allo strumento della cassa integrazione per tutelare, per quanto possibile, i propri dipendenti. Nel contempo, avviava trattative per tentare una ripartenza aziendale ma, divenuto ormai noto come egli fosse finito nelle mire della criminalità locale, non trovava alcuna casa automobilistica disposta alla stipula di un nuovo contratto di concessione di vendita. Non intravedendo più alcuna soluzione, il debitore disponeva la vendita dei ricambi presenti in magazzino ed utilizzava la liquidità così ottenuta per il pagamento del trattamento di fine rapporto dei propri dipendenti, ponendo fine alla propria attività imprenditoriale.


Seguiva un periodo caratterizzato dalla depressione e dal deterioramento dei rapporti con la moglie, che avrebbe portato di lì a poco alla separazione. Il debitore manifestava, nonostante tutto, il desiderio di una ripartenza imprenditoriale.
Chiedeva ed otteneva, quindi, la disponibilità dei familiari a garantirgli un aiuto economico e cominciava, assistito da un Legale, a lavorare ad una proposta di rinegoziazione dei debiti con le Banche.

Una di queste, però, presentava istanza di fallimento della concessionaria, sulla base di una errata informazione: il debitore non aveva patrimonio aggredibile. La procedura fallimentare si chiudeva, inevitabilmente, per insufficienza dell’attivo. La condizione di fallito aveva, però, intanto impedito per anni qualsivoglia iniziativa imprenditoriale del debitore, oltre che aggravato in maniera esponenziale la sua patologia depressiva.


Solo a distanza di anni, nel corso dei quali aveva vissuto aiutato economicamente dall’ex coniuge, egli si riaffacciava nel mondo del lavoro, stimolato dai figli ed aiutato ancora principalmente dall’ex coniuge, la quale gli offriva una possibilità di impiego con un contratto di collaborazione. Gli esigui introiti derivanti da questa attività facevano comunque scattare le richieste da parte di Equitalia Centro S.p.A. prima e di Agenzia delle Entrate – Riscossione poi, di pignoramento dei crediti da lavoro. Questo produceva nel debitore un senso di oppressione e di persecuzione, che finiva per acuire nuovamente il disturbo depressivo sempre latente e per stroncare di volta in volta ogni sua iniziativa volta al reinserimento lavorativo.


Da allora e fino alla maturazione del diritto alla pensione, il debitore è stato aiutato economicamente dai familiari, i quali hanno da sempre persistito nel cercare di coinvolgerlo in qualche iniziativa imprenditoriale, seppur realmente senza alcuna mansione specifica, al fine di non lasciarlo nella totale inattività.


La prematura scomparsa di uno dei figli spegneva definitivamente ogni entusiasmo e faceva cessare la ricerca di ulteriori impieghi.
La pensione di cui beneficia dal 2017, unitamente all’aiuto derivante dal comodato d’uso gratuito concessogli dall’ex coniuge, gli consente oggi di vivere in una condizione di sostanziale equilibrio economico.


Il debitore si rivolgeva all’Occ che immediatamente nominava gestore della crisi e, altrettanto velocemente il gestore rilasciava apposita relazione di fattibilità che veniva presentata in tribunale unitamente al ricorso. Il giudice, valutati i documenti prodotti e la veridicità di quanto dichiarato, emetteva provvedimento di esdebitazione, pertanto, il debitore veniva liberato una volta per tutte dai propri debiti e riusciva a vivere la propria pensione in serenità.

Facebook
Email
Print

Hai bisogno di aiuto?

Se hai dei dubbi o sei pronto a liberarti dai debiti contattaci per avere un primo contatto telefonico, gratuito e senza impegno.

085 91 16 693

Storie più recenti