La storia di Giovanni – Concordato minore

La storia di Giovanni – Concordato minore

Il debitore contraeva un mutuo ipotecario (a stato di avanzamento lavori) per la costruzione della prima casa, dopo che il padre dello stesso gli donava i terreni per la realizzazione dell’abitazione.
Dopo la nascita del figlio il debitore inseriva tale abitazione, che nel frattempo era stata ultimata, all’interno di fondo patrimoniale, inoltre, pagava regolarmente tutte le rate del mutuo precedentemente contratto.


Il vero indebitamento del debitore si configurava a cavallo degli anni 2012-2013, infatti nell’anno 2012 il ricorrente riceveva un accertamento da parte dell’Agenzia delle Entrate sul proprio codice fiscale per mancato versamento irpef riferito agli anni 2008 e 2009.


Inizialmente il ricorrente si appoggiava ad un commercialista per contestare il mancato pagamento irpef per gli anni 2008 e 2009, tuttavia, nel corso della difesa stragiudiziale il rapporto tra il professionista ed il cliente si deteriorava e non veniva proposto ricorso giudiziale avverso l’accertamento dell’Agenzia delle Entrate, pertanto, il debito accertato dall’Ente si cristallizzava.
Al fine di comprendere i motivi dell’ulteriore indebitamento del ricorrente è necessario esaminare l’attività lavorativa che svolgeva al tempo il cliente.


Infatti, il ricorrente nel 2012 – 2013 era socio e dipendente di un consorzio e socio e dipendente di una società.
Tanto il consorzio quanto la società lavoravano nel mondo della sanità pubblica, pertanto, i pagamenti della merce fornita alle ASL erano effettuati a 9 – 12 mesi dalla consegna dei prodotti.
A causa di tale tardivo pagamento, tanto il consorzio, quanto la società erano costretti a ricorrere all’anticipo fatture presso gli istituti di credito.


Molto spesso, gli istituti di credito ai quali si rivolgevano cooperativa e società obbligavano i soci a sottoscrivere una garanzia personale, pertanto, il cliente era costretto a garantire personalmente le fideiussioni che contraevano i propri datori di lavoro.
Tale garanzia, anche se particolarmente gravosa, era imprescindibile per lo svolgimento dell’attività, infatti, senza l’anticipo fatture richiesto, i datori di lavoro del debitore non avrebbero potuto anticipare i costi per le forniture di materiale sanitario alle ASL, dato il loro tardivo pagamento e, di conseguenza non avrebbero potuto portare avanti l’attività, non garantendo lo stipendio al ricorrente.


Il cliente nell’anno 2012 contraeva con una banca una fideiussione per beneficiare di anticipo fatture, per un lotto di lavoro abbastanza corposo, ma il termine di pagamento non venne mai rispettato dalla ASL, pertanto, decorso oltre un anno dalla sottoscrizione del contratto, la società fu costretta al recupero coatto del credito.
Nonostante gli atti esecutivi posti in essere per recuperare le somme indicate in contratto, il pagamento di quanto dovuto avveniva a distanza di oltre un anno dall’inizio dell’emissione del decreto ingiuntivo.
Nel frattempo, il fornitore del prodotto a cui la società si era rivolto, pretendeva il pagamento della merce fornita, tanto che, a sua volta, procedeva alla procedura ingiuntiva per recuperare il proprio credito e, attraverso un pignoramento presso terzi sul credito vantato dalla società sulla ASL, riusciva a recuperare l’intero importo.


In seguito a tale situazione la società rimaneva nella disponibilità dei soli interessi maturati durante il periodo di mancato pagamento, ma tali importi venivano riassorbiti dai costi di gestione della società, pertanto, il debitore non aveva alcuna possibilità di pagare l’importo dovuto alla Banca.
Nello stesso periodo e comunque per il tardivo pagamento da parte delle ASL, il consorzio otteneva un anticipo fatture da altra banca ed anche in tale circostanza il cliente era costretto a sottoscrivere una fideiussione personale.


Il consorzio in considerazione della contrazione economica avvenuta a causa della spending review imposta dal Governo in quel periodo, perse numerosi appalti e non riuscì a far fronte al forte ritardo nei pagamenti da parte delle ASL, pertanto, il consorzio venne messo in liquidazione, con la conseguenza che il debito a carico del cliente non venne saldato.


Nel giro di pochi mesi, senza che l’istante potesse prevedere quanto stava accadendo, la propria situazione economica degenerò, infatti, anche se il debitore ha tentato più volte di risanare il proprio debito, lo stesso è talmente elevato che non è mai riuscito a trovare un accordo con i creditori.
L’unica speranza di uscire dalla spirale debitoria e psicologica in cui versava il ricorrente era di beneficiare della procedura di cui alla L. 3/2012 e s.m.i.


Il cliente si rivolgeva all’Occ che nominava apposito gestore della crisi e, dopo intensa attività, legata alla complessità dell’operazione, il gestore rilasciava apposita relazione di fattibilità.
Grazie a tale relazione l’avv. Del cliente depositava ricorso al tribunale e, il giudice, dopo aver autorizzato la comunicazione ai creditori, fissava udienza.


I creditori votavano in misura superiore al 60%, pertanto, il piano veniva omologato. Il debitore era autorizzato a pagare un piano di rientro quinquennale che permetteva allo stesso di sopravvivere.
All’esito del regolare pagamento, il debitore, per il tramite del proprio avvocato, proponeva istanza di esdebitazione che otteneva e tornava a vivere in maniera dignitosa.

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